Giuseppe Coci, la rinascita

Una mostra al Castello Gallego di Santa'Agata Militello

Le opere parlanti di un artista che si rigenera

La rinascita

 

Una mostra di Giuseppe Coci a Sant’Agata Militello

 

La rinascita è come un fenomeno ciclico dell'essere e nelle religioni orientali, più laiche rispetto alle tre religioni monoteistiche, è il concetto centrale del Samsara, rappresentato dalla Ruota dell'Esistenza, un ciclo incessante di vita, morte e rinascite, dettato dal Karma, che porta gli esseri senzienti a reincarnarsi in vari reami esistenziali, spesso con sofferenza, fino al raggiungimento della liberazione attraverso il risveglio spirituale e l'annullamento delle emozioni negative.

Ho pensato a questo processo delle trasformazioni umane, mentre ammiravo le opere della mostra di Giuseppe Coci, per gli amici Pippo, alla galleria del Castello Gallego di Sant’Agata Militello.

Quadri di grandi dimensioni, come nella sua tradizione dagli anni Ottanta del secolo scorso, ma anche opere di dimensioni più modeste, ma tutte di una elevata fattura tecnica e di una profondità di espressione artistica. Sono opere parlanti.

Ho conosciuto Pippo nel pieno della sua maturità artistica, all’inizio di questo millennio, per l’organizzazione di una sua mostra personale alla Casa delle Culture, sede e galleria d’arte di ACM, ad Acquedolci in provincia di Messina. Colpiva nelle sue opere l’intensità del colore e le forme immaginarie dei soggetti, prevalentemente legati alla natura: alberi, mare, sassi. È uno stile espressionista, che ricorda il movimento artistico culturale d'avanguardia del primo Novecento, che privilegia l'espressione delle emozioni interiori (vivacità, paura, angoscia, gioia) rispetto alla rappresentazione oggettiva della realtà, distorcendo forme e colori per trasmettere stati d'animo intensi, utilizzando colori forti e innaturali, pennellate energiche e soggetti drammatici per esplorare l'animo umano e le tensioni sociali. La mostra del 2011 aveva riscosso un lusinghiero successo e costudiamo alla Casa delle Culture l’opera donata che abbiamo ribattezzato “La luna nel pozzo”, dove una figura umana sembra essere crocifissa ad un albero ed ai piedi una foma rotonda come fosse una luna riflessa in un pozzo. Quest’opera ha partecipato nei primi anni ’90 alla Biennale artistica di Sant’Agata Militello ed aveva ottenuto il gradimento del critico d’arte Raffaele de Grada, risultando tra le 4 opere scelte per una pubblicazione di pregio.

Tra il 2011 e il 2025, Pippo ha passato molte vicissitudini che hanno trasformato la sua arte, sperimentando il disegno e i ritratti caricaturali.  “Una fase di riflusso”, l’aveva definito lui stesso in una nostra conversazione di fronte alle sue opere, con le quali aveva partecipato ad una mostra a Capo d’Orlando, organizzata dallo scultore Nicola Chiaromonte. Il suo pennello sembrava colpito da un’afasia artistica, che non aveva più la capacità di trasmettere il pensiero dell’artista sulla tavola.

Con la mostra attuale, ho visto una rinascita, come in una spiga di grano carica, che con lo sviluppo si inchina, poi d’estate si secca e spargendosi nel terreno con l’arrivo dell’inverno e il contatto con l’elemento vitale, l’acqua, torna a vivere e crescere e, infine, in primavera torna a splendere in un campo esteso a vista d’occhio. Ho notato un ritorno ai colori intensi, alle forme evocative di pensieri sublimi. Soprattutto ho apprezzato le tele dedicate ai temi sociali come l’avversione alla guerra o la denuncia delle morti di migranti in seguito ai naufragi nel Mediterraneo.

Particolarmente degna di nota una sua opera che rappresenta un incendio, con in primo piano un animale feroce di color nero, mentre sul fondo ci sono le lingue di fiamme e fumo che raggiungono il cielo, dove strani animali sono catapultati in sfida alle leggi di gravità.

Un’altra opera, che ricorda i colori della massima maturità artistica di Pippo, è dedicata all’emigrazione e raffigura un naufrago attaccato ad un tronco di un albero, dove svetta uno straccio di vestito di color nero a mo’ di bandiera, con all’orizzonte due isole.

Due tele sembrano accennare al dramma del genocidio a Gaza:

-       la prima rappresenta una madre che tiene un bambino in braccio, avvolto teneramente; una pietà moderna. Sullo sfondo un cielo dai colori inconsueti: viola e verde.

-       L’altro rappresenta un uomo con un sacco di farina sulle spalle, che cammina in mezzo alle rovine dei palazzi distrutti dalle bombe. Anche qui la scelta del colore del cielo è evocativa: linee di pennellate tremolanti e chiazze dai confini indefiniti di colore rosso intenso e giallo chiaroscuro, che lo fanno assomigliare alle lingue di fiammelle di milioni di candele innalzate verso il cielo; un grido di protesta contro la disumanità degli uomini.

È una felicità immensa che pervade l’animo dell’osservatore, malgrado la drammaticità dei temi trattati dal pennello di Pippo. L’artista è la coscienza della società. Il suo compito non è soltanto di limitarsi a descriverla, ma quello di inoculare nell’animo dell’osservatore lo spirito di ribellione contro le ingiustizie e, nello stesso tempo, la speranza che il bene vincerà.

Bravo, Pippo! Va’ sempre così, su questa strada della rinascita.

Farid Adly

Direttore editoriale

di anbamed.it

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